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| Stenmark e Thoeni |
QUELLI del Gre-No-Li erano quasi più italiani di noi. Green e Nordahl avevano fatto gol e vinto scudetti per il Milan, Liedholm iniziava a farsi conoscere in panchina portando il Varese in A. La Svezia era materia quasi esclusiva delle élite. I film di Ingmar Bergman, la terza via in politica di Olof Palme. Finché arrivarono quei due e la resero ai nostri occhi una nazione pop. Gli Abba cantavano, loro ci tagliavano la strada nello sport. Noi avevamo Panatta, loro Borg. Noi avevamo Thoeni, loro Stenmark. Se ne inventavano sempre una, benedetti svedesi. «Eppure avevamo un vantaggio. Ovunque fossimo, ogni due o tre settimane noi italiani potevamo tornare facilmente a casa a rifare la valigia. I loro inverni non glielo consentivano. Dovevano dare più di noi per emergere». Gustavo Thoeni aveva 24 anni quando la rivalità col diciottenne Ingemar dalla faccia d'angelo divenne «la sfida del secolo», così la chiamarono i giornali, alla maniera della boxe. Non era boxe, per fortuna, lì già avevamo preso una lezione: su un ring a Bologna, una ventina d'anni prima, Johansson - altro Ingemar - aveva portato via l'europeo dei massimi a Franco Cavicchi, detto il "nuovo Carnera".