giovedì 20 febbraio 2014

Kelsey e il primo gol mondiale di Pelé

Ho conosciuto il diavolo. Si presentò davanti a me in un pomeriggio di metà giugno, ci mise un attimo, aveva il pallone tra i piedi e diciassette anni addosso. Io ne avevo ventotto, e come al solito avevo fumato in campo prima che la partita cominciasse. Certo che Jack Kelsey è un bel tipo, dicevano intorno a me. Un bel tipo io, solo per una sigaretta posata tra le labbra prima di dare calci a un pallone.




Un bel tipo semmai era quel ragazzetto che mi trovai all'improvviso di fronte, dentro la mia area di rigore. Soltanto due secondi prima aveva le spalle alla porta. Cosa può succedere nel calcio in due secondi. Didi gli passò la palla di testa, di controbalzo, anticipando la nostra difesa a diciassette-diciotto metri da me. Lui, il ragazzino, toccò la palla con il petto senza che questa schizzasse via, la lasciò scivolare in basso e con la punta del piede destro la fece passare lungo il fianco di Mel Charles, che fino a quell'istante era convinto di marcarlo. Il diavolo, ve l'ho detto. Il pallone batté a terra, ma era sempre lì, davanti a lui, suo schiavo, lontano lo spazio giusto perché lui lo colpisse ancora, non con violenza, ma con una strana carezza, neppure troppo decisa, sbilenca, con il piede destro. Io che cosa ci potevo fare? Potevo solo godermi il privilegio di aver assistito da vicino a una giocata così. Abbozzai un goffo movimento con le braccia, guardai la palla rotolare in porta e poi alzai lo sguardo verso i miei compagni. Non per un rimprovero, solo per essere certo che anche loro avessero capito quello che era successo. Stuart Williams aveva le mani sulla testa, David Bowen si piegò in due e si mantenne sulle ginocchia, e mentre i brasiliani si abbracciavano dentro la mia porta, ma proprio dentro, oltre la linea, mentre i fotografi entrarono in campo invadendo la mia area di rigore, a me non rimase che passeggiare nei paraggi, le mani dietro la schiena, in una posa da incredulo sconfitto. Il diavolo non aveva mai segnato ai Mondiali, era la sua prima volta, volle fare a me questo regalo. Edson Arantes do Nascimento, voi da quel giorno lo chiamate Pelé.

Sarei curioso di sapere come sarebbe finito quel Brasile-Galles, quarti di finale dei Mondiali del '58, se noi avessimo potuto far giocare Charles. John Charles. Il Gigante Buono. Era nel pieno della sua grandezza, aveva 27 anni ed era reduce dal suo primo campionato in Italia, con la Juventus aveva vinto lo scudetto e il titolo di capocannoniere, 28 gol segnati in 34 partite. Gli ungheresi lo avevano massacrato di botte due giorni prima, nella partita di spareggio che eravamo stati costretti a giocare per stabilire quale fosse la squadra qualificata, dopo aver chiuso entrambe a 3 punti nel girone dietro la Svezia. All'epoca si usava così, la differenza reti non veniva presa in considerazione. Vincemmo 2-1 ma perdemmo John, contro il Brasile dovette rimanere fuori, noi stanchissimi con 48 ore di riposo appena, loro invece con due giorni in più di relax nella testa e nelle gambe. Eppure per 66 minuti non ci fecero gol. I giornali brasiliani scrissero che ero stato un gatto con gli artigli di ferro. Ma se ci fosse stato John, avrebbero pianto. Sicuro. E i Mondiali di Pelé non sarebbero tre.

Che grande che era John, grandissimo era stato tre anni prima contro gli inglesi. Vennero a giocare a Ninian Park una partita dell'Home International, che noi avevamo la speranza di tornare a vincere dopo anni. Ricordo la chiacchierata che facemmo prima della partita, per la prima volta parlammo di tattica, ci eravamo preparati giocando un'amichevole con il Cardiff e non con i soliti giri di campo, il dottore ci aveva ordinato di stare attenti anche a tavola, di mangiare sandwich e insalata. Parlammo di come sistemarci in campo e fu deciso che John giocasse in difesa. Eh? John in difesa? Era la sorpresa che stavamo preparando. L'Inghilterra aveva in attacco Stanley Matthews, Don Revie, Tom Finney, Nat Lofthouse. Noi mettemmo Alf Sherwood su Matthews, Stuart Williams su Finney, Roy Paul su Revie, e John Charles prese Lofthouse. Marcatura a uomo. Sherwood urlava: Inseguiteli finché crollate. Non crollammo. Due a zero per noi a metà partita, due gol in due minuti, segnati da Derek Tapscott e Cliff Jones. In campo c'era pure Mel Charles, quello del dribbling subito dal diavolo. Il fratello di John. Per questo allo stadio erano venuti i loro genitori, Ned e Lily, mescolati agli altri sessantamila spettatori. Per lei era la prima volta, la mamma dei fratelli Charles neppure conosceva le regole, non sapeva che dopo l'intervallo le due squadre avevano l'abitudine di invertire la posizione in campo. Così, quando dopo sei minuti del secondo tempo John deviò il pallone nella porta, sua madre si alzò a urlare e battere le mani. Vide suo figlio che la toccava di testa e vide la palla in rete. La rete dove fino a pochi minuti prima stavamo attaccando. La finisci di scaldarti?, si innervosì suo marito. Il nostro John ha segnato un gol, rispose la poverina. Sì, ma lo ha segnato per l'Inghilterra. La porta era la mia. Autogol. Quando Mel ci riferì la scenetta, ci fece morire dal ridere.

Io giocavo per l'Arsenal. Era stato Len Morris a segnalarmi. Mi aveva visto in una piccola squadra della lega di Swansea, dove mi divertivo fra un turno e l'altro in acciaieria. Avevo parato due rigori nella stessa partita. Statemi a sentire, prendetelo, disse Morris, e mi trovai ad Highbury. Mi tennero due settimane in prova e mi diedero un contratto da firmare. Ma il titolare era George Swindin. Quello che potevo fare era aspettare. Imparare e aspettare. Un portiere di riserva lo sa, la conosce la sua vita. Imparare e aspettare. Era lui, Swindin, che non reggeva la mia attesa. Era lui che si innervosì quando presi il suo posto dopo un infortunio. Ero fisicamente più forte di lui, agile, avevo senso della posizione, autorevole in area e bravo sui cross. Non mi intimidiva nessuno. Ma non era un grande Arsenal, il mio Arsenal. Dopo il titolo del '53 non siamo mai andati più su del terzo posto. In Coppa, dopo la vittoria del '50, solo una finale nel '52. Anzi, la Coppa quasi la ricordo solo per il braccio che mi ruppi nel '59 contro lo Sheffield. Mi spostai all'ala sinistra e in porta andò Dennis Evans al posto mio.

Ai Mondiali del '58, nonostante fossimo usciti ai quarti di finale, mi votarono miglior portiere del torneo. Davanti a Gilmar. Finalmente mi ero tolto dalle spalle il peso di certi gol balordi del passato. Una volta ne avevo preso uno per essermi fermato a guardare un aereo che sorvolava il campo, mi era tornato in mente il Torino, e Superga, e mi svegliai con il pallone nella rete. E il primo in nazionale? Vogliamo parlarne? Debutto il 31 marzo del '54 contro l'Irlanda del Nord, e la prima volta che tocco il pallone è per raccoglierlo dal fondo della porta, dove dopo 40 secondi lo aveva mandato Peter McParland, pure lui esordiente, pure lui al primo tocco. Ero due volte felice, perciò, di essere stato considerato il migliore al mondo dopo l'estate del '58. Mi seccava solo non poter vincere niente con l'Arsenal. Andai dal nuovo allenatore e chiesi di essere ceduto. Indovinate chi era. George. George Swindin. Quello a cui avevo fatto la riserva. Gli dissi, Qui non sono più felice. Non c'è problema, mi fa Swindin, mettimelo per iscritto, porto la tua richiesta al Board e decidono loro. Mi faceva schifo il gioco della squadra. Boring boring Arsenal. C'era stata un'offerta del Bolton, il Manchester United aveva pagato Gregg 23,500 sterline, allora Swindin si mise in testa che per lasciarmi partire avrebbero dovuto portargliene almeno venticinquemila. Una cosa come quasi venti milioni di oggi. Diceva, Sei o non sei il miglior portiere del Mondiale? Com'è che ti hanno chiamato i brasiliani? Ah sì, il gatto con gli artigli di ferro. Rideva mentre lo diceva. Ma nessuno era disposto a spendere quella cifra per un portiere di 28 anni, forse nessun calciatore al mondo vale quella cifra. Posso sempre lasciare il calcio, gli risposi in un momento di rabbia. Vediamo se lo fai, disse George, e mi voltò le spalle.

Non ho lasciato, non sono andato via, ho smesso solo dopo un infortunio, un colpo alla schiena preso in amichevole contro il Brasile. Ancora il Brasile. Per molti tifosi dell'Arsenal rimango il miglior portiere della loro storia. Ho vinto poco, ma alla fine il loro amore mi basta.

Jack Kelsey è morto nel 1992. Dopo di lui e John Charles, il Galles non è mai più andato ai Mondiali. Neppure con Ian Rush, neppure con Ryan Giggs, neppure con Bale e Ramsey.

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