venerdì 6 maggio 2011

Il ritorno di Rebellin


Dice che gli manca la strada dritta e liscia, gli manca la pianura. «Ne ho vista poca in questi due anni. Avevo voglia di allenarmi in salita». Allenarsi per cosa, poi. Positivo nell'aprile del 2009 al Cera, l'Epo di terza generazione, Davide Rebellin aveva davanti a sé la prospettiva di una lunga pena da scontare per il suo errore e un improbabile ritorno alla vigilia del compleanno numero 40. Invece eccolo qua. I due anni sono passati, nel pomeriggio aspetta il via libera per tornare in gruppo sin da sabato alla Vuelta della Comunidad di Madrid. «Uscivo e andavo a Sanremo, dove non ho vinto mai. Bella strada, senza traffico. A volte da solo, altre volte con i pompieri del principato di Monaco che hanno una bella squadra di ciclismo. Certi giorni passavano di qui Gilbert e Vinokourov, e allora si andava via insieme. Ecco, la cosa bella è che in strada la gente non mi ha mai rivolto una brutta parola. Oddio, quando giravo le spalle non lo so».

Due anni così, con la faccia da colpevole e le gambe sui pedali già alle nove del mattino, come ci fosse una gara, mentre le gare erano in tv, e all'inizio Rebellin neppure le guardava. «Le simulavo per conto mio». Strappi e scatti, ora quelli veri li paga la Miche-Guerciotti, nel calcio sarebbe come la serie C, ma è gente che sa cos'è il ciclismo. Il primo sponsor costruisce ruote, pignoni, freni, catene. Il secondo fabbrica bici. Mauro Tognaccini, il ds, racconta che non «c'è nulla di strano a dare una seconda opportunità, ci siamo arresi, eravamo stufi di essere i soli a non farlo». Stipendio base di 80mila euro, il resto Rebellin dovrà guadagnarselo coi premi. Racconta: «Non volevo lasciare così. E poi mi sento ancora bene. Vorrei vincere una volta il Lombardia, perciò non correrò solo quest'anno». La ferita vera è l'argento olimpico di Pechino che ha dovuto restituire. «La medaglia era in un cassetto a casa. Un giorno mi chiamano e mi dicono che devo rimandarla a Roma. Allora ho fatto un pacchetto e l'ho data a un notaio, ci ha pensato lui. Avevo paura che qualcuno la rubasse lungo il tragitto, finiva che mi accusavano pure di non averla restituita per davvero. Il Coni non l'ho mai più sentito. Ma i sacrifici fatti li conosco. Quella medaglia era pulita, solo che se lo dico scateno un inferno. Allora sto zitto, mi tengo il castigo, il mio pensiero e ricomincio».
(Repubblica,  5 maggio 2011)

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