Cambiano i ct, cambiano i calciatori, ma della Nazionale oggi sappiamo le stesse cose di un anno fa: non vince. Finanche la ricerca delle ragioni è diventata uno stanco rosario di pensieri già pensati: gli stranieri, i giovani che non giocano, la crisi dei vivai. C'è in questa paralisi estrema qualcosa allo stesso tempo di casuale e di ineluttabile.
Casuale perché in questo triennio i club italiani hanno lasciato traccia nelle Coppe e le Nazionali giovanili acceso speranze; ineluttabile perché dopo la mancata qualificazione in Russia, la serie B in Nations League porterebbe altra sfiducia e depressione.
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mercoledì 19 settembre 2018
giovedì 22 marzo 2018
Il calcio visto alla radio
Qualche minuto dopo le quindici, sotto la pioggia, per la prima partita che la Nazionale
giocava nella sua storia a Roma, si presentarono allo Stadio del Partito Fascista il ministro
Giuriati, i sottosegretari Giunta e Balbo, il vicesegretario Starace, l'ammiraglio Sirianni e
venticinquemila spettatori. Tutti gli altri scoprirono che il calcio non si doveva per forza
guardare, ora si poteva anche ascoltare a casa. Bastava accendere la radio. Il 25 marzo del
‘28 - novant’anni fra pochi giorni - gli italiani si imbattevano senza capirlo in una faccenda
che avrebbe finito per cambiare le abitudini della società.
giocava nella sua storia a Roma, si presentarono allo Stadio del Partito Fascista il ministro
Giuriati, i sottosegretari Giunta e Balbo, il vicesegretario Starace, l'ammiraglio Sirianni e
venticinquemila spettatori. Tutti gli altri scoprirono che il calcio non si doveva per forza
guardare, ora si poteva anche ascoltare a casa. Bastava accendere la radio. Il 25 marzo del
‘28 - novant’anni fra pochi giorni - gli italiani si imbattevano senza capirlo in una faccenda
che avrebbe finito per cambiare le abitudini della società.
martedì 10 novembre 2015
Il mito dell'attaccamento alla maglia
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| Insigne in lacrime dopo la sconfitta nella finale dell'Europeo Under 21 nel 2013 |
Del resto è un argomento che sa scatenare il boato della folla. L’attaccamento alla maglia è quel sistema di valori (magari un giorno andrà messo a punto per bene) a cui in genere fanno riferimento le curve, peraltro a volte con metodi foschi. L’attaccamento alla maglia però non è un parametro tecnico, rientra nella sfera dei sentimenti. In un gruppo di lavoro, in un mondo super professionistico, dovrebbero invece essere le regole a guidare i processi, e non i sentimenti. Se qualcuno sbaglia viene punito. Alla luce del sole. In questo mondo ideale fatto di regole, un ct avrebbe tutto il diritto di prendere un provvedimento disciplinare. Nessuno potrebbe contestare nulla a Conte se davanti a un microfono dicesse: “Li ho puniti perché l’altra volta lasciarono il ritiro”.
giovedì 3 giugno 2010
L'urgenza di Lippi
mercoledì 24 marzo 2010
il giro dei mondiali in 80 portieri: Albertosi
Voleva ammazzarlo. Rivera gli grida, E' mia, e va verso il palo. Lui urla, E' tua, e vede che sul palo quello gli sta facendo un gesto col dito, come a dire, Esce esce. Altro che, se esce. E' il gol di Gerd Muller. E' il 3-3 della Germania. Albertosi lo avrebbe ammazzato. Lo insulta, quello abbraccia il palo, ci picchia la testa sopra, poi gli dice, e Albertosi giura che lo dice, Adesso vado e faccio gol. Palla al centro, Rivera va, e fa gol. 4-3. Quel 4-3. Uno ha la fortuna di vivere dentro la partita della leggenda e non gli capita neppure una parata da consegnare alla memoria. Controllate. Anzi, gli capita di fare un mezzo pasticcio con Poletti sul gol dell'1-2. La sola volta che Enrico Albertosi s'avventa su un pallone dei tedeschi, colpo di testa di Seeler, lo manda in angolo. Ma è l'angolo da cui nasce il 3-3. Succede, che ci vuoi fare. Perlomeno l'hai vissuta. Coi capelli a caschetto sulla testa e una gomma da masticare in bocca. Quella è LA partita, se proprio l'Italia dovesse scegliersene una da ricordare fra le tante dei suoi mondiali. E c'era sempre Albertosi anche nella partita che se l'Italia potesse, sceglierebbe di cancellare. La Corea. Quattro anni prima. Uno ha la sfortuna di vivere dentro la partita della disfatta e non gli capita neppure una parata con la quale mettere a posto la coscienza. Controllate. Quando il tipografo Pak doo Ik gli fa gol, la schiena di Albertosi quasi si piega in due, nel tentativo di arrivarci.
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