domenica 14 agosto 2016

Mónica Puig e le lacrime per Porto Rico

La terra dove son nato è un florido giardino. È la figlia del mare e del sole. È la figlia del mare e del sole. Il signor José Puig ieri mattina ha aperto la mail e ha scritto le parole dell'inno nazionale a sua figlia Mónica, nel dubbio che lei non le ricordasse. Nessun portoricano le aveva mai cantate su un podio olimpico e non le ha cantate nemmeno Mónica, perché il primo oro della storia non l'ha mai fatta smettere di singhiozzare.
Mónica non era fra le prime cento giocatrici al mondo a inizio anno e in vita sua aveva battuto solo una delle prime dieci. Non ha mai vinto uno Slam e neppure si è mai avvicinata: zero finali, zero semifinali, zero quarti di finale.
Ma torna da Rio con un'altra immagine e una nuova consapevolezza, come l'eroina di un paese che senza di lei non ce l'aveva fatta. Un paese fiorito dall'orgoglio forte per le proprie radici e sempre sulla soglia delle mille identità, gli Arawak, la cultura Taíno, gli schiavi arrivati dall'Africa e i padroni dalla Spagna, i corsari francesi, la conquista inglese, gli attacchi olandesi, gli immigrati da Corsica Irlanda Germania Portogallo, e poi gli americani - si capisce - gli americani che ti danno la cittadinanza perché c'è da fare la guerra e c'è qualcuno da mandare al fronte. La Porto Rico sempre in bilico tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra lo status di commonwealth e la tentazione di farsi cinquantunesima stella fra le strisce della Casa Bianca, anche se i suoi bond sono stati classificati come spazzatura. La Porto Rico dei tanti Omero e della tradizione orale, perché i dominatori spagnoli non volevano che nascesse una letteratura indigena. La Porto Rico delle piantagioni di zucchero al servizio di Washington e New York. La Porto Rico raccontata in un modo e in un modo sempre uguale nei film e nelle serie tv: miss mondo, miss universo, le bande di quartiere, il marito geloso, Ricky Martin, Jennifer Lopez. Forse serviva l'oro di Mónica per andare oltre gli stereotipi che accompagnano un paese che già da una dozzina d'anni trova naturale affidare la guida della corte suprema a una donna, da Miriam Naveira Merly nel 2003 a Maite Oronoz Rodríguez oggi, lei così pubblicamente schierata per la difesa dei diritti lgbt: Porto Rico ha una legge statale contro la discriminazione gay sui luoghi di lavoro. Tre anni fa il Movimiento Amplio de Mujeres ha dipinto per le vie di San Juan dei murales per far crescere la moblitazione contro la violenza di genere. Le società si muovono dietro la tenda dei nostri pregiudizi e del nostro immaginario bloccato.
Mónica Puig ha rimesso il tennis al centro della scena sportiva del paese. Porto Rico aveva avuto Gigi Fernández, grandissima interprete del doppio - 17 Slam negli anni '90 in coppia con l'omonima Mary Joe - ma lei aveva scelto di giocare sotto la bandiera Usa, com'è diritto di ogni residente a San Juan. Porto Rico aveva il baseball di Roberto Clemente e Orlando Cepeda. Porto Rico aveva la boxe, clandestina a inizio Novecento, insegnata nelle cantine sfidando il rischio della prigione, fino al giorno in cui scoprirono che sul ring salivano di nascosto anche i poliziotti. "Come potremo mai avere un campione del mondo se impediamo ai nostri ragazzi di fare a cazzotti?". Così sono arrivati Sixto Escobar, il primo - nel 1934, e poi Wilfredo Benítez, Hector Macho Camacho, Melissa Del Valle - la prima donna mondiale è del 1998; fino ai cinque campioni di oggi, oggi che la boxe per certi versi è tornata universalmente clandestina, senza più mito, senza luce vera. La boxe aveva portato a Porto Rico cinque bronzi olimpici e l'argento di Ortiz; un argento pure la lotta quattro anni fa e Culson il bronzo nei 400 ostacoli. La nazionale di basket aveva battuto nel 2004 ad Atene il Dream Team Usa, che con LeBron Iverson Wade Boozer Anthony e Duncan quell'anno passò pure per deboluccio. "Il mio paese va sui giornali quasi sempre per cattive notizie" ricordava nei giorni scorsi Mónica Puig. Ogni tanto almeno si piange di gioia, quando si riesce ad andare oltre, come dice Benicio Del Toro "Porto Rico è la mia frontiera, il mio confine, se non altro perché è circondata dall'acqua".

1 commento:

Blogger ha detto...

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