
Il barman dell’unità d’Italia. “Che cocktail di storie e di passioni, quegli anni. Il romanzo più bello che si possa scrivere. Io dovrò solo prendere tutta la materia e shakerare”. Bianco, rosso e Pippo Baudo, il Risorgimento arriva in prima serata Rai. La storia e l’intrattenimento, la formula che più gli sta a cuore, già frequentata in passato con Giorno dopo giorno, Novecento, I migliori anni. Spettacolo e riflessione insieme, “un’impresa, una difficoltà pazzesca” come dice lui, ora che è al cinquantaduesimo anno di televisione e che in televisione vede sempre più spesso passare “soltanto un divertimento lepido ed epidermico, mai di sostanza”. Una sfida alta, altissima, improvvisamente avvolta d’aria nuova dopo il Benigni passato a Sanremo a cavallo dell’inno di Mameli. “Una cosa inattesa. Come se improvvisamente gli italiani, sbandati e senza più punti di riferimento, si stessero ritrovando intorno al valore del tricolore, ma non come valore formale. Questo è un Paese che si sta spezzettando, bisogna impedirlo. L’unità d’Italia come concetto è antecedente alla sua realizzazione, non è del 1861, ma era già nella mente di Dante Alighieri, di Petrarca, di Foscolo. Che poi fosse politicamente divisa in Stati e staterelli, non conta. Era una situazione contingente”.