mercoledì 12 marzo 2014

Yashin il portiere Pallone d'oro

La mia maglia nera non era. Fidatevi. Era di un blu molto molto scuro, una maglia di lana con il numero uno cucito dietro la schiena. E dentro io, Lev Yashin, o se volete chiamatemi Leggenda. Ne cambiavo pochissime di maglie in un anno. Non più di tre. Quando le maniche si consumavano. Preferivo portarla a casa, dopo la partita, ci pensava mia moglie Valentina Timofeevna Jascina a farla tornare pulita. La immergeva nella vasca da bagno, la vasca diventava cupa, pareva che lì dentro calasse la notte, si riempiva di fango e segatura. Vestivo di lana anche d'estate, pensavo che così imbottito almeno non mi sarei fatto male.
Poco è rimasto dei miei giorni di calciatore in casa mia. Quando ho smesso, la Dinamo Mosca mi obbligò a restituire tutto l'abbigliamento, compresi i guanti che una volta mi ero ricucito da solo. Ho conservato una sola maglia, gialla, quella usata a Londra quando mi chiamarono per l'amichevole Inghilterra-Resto del mondo. Nessuno la voleva, aveva il numero 13, dissi Datela a me, mi porterà fortuna.
Lavoravo con mio padre in uno stabilimento che fabbricava pezzi per gli aeroplani, in un villaggio vicino Mosca. Mia madre è morta di tubercolosi quando avevo sei anni. Non eravamo benestanti, si mangiava quel che c'era, senza fare troppe storie, da ragazzino mi presi un'ulcera per quello. Se penso che a sedici anni ero in cura in un sanatorio sul Mar Nero, non capisco come ho fatto a diventare Yashin, l'unico portiere nella storia ad aver vinto un Pallone d'oro. Per migliorarmi, mi fermavo mezz'ora in campo anche dopo gli allenamenti. Paravo rigori. Ma non con le mani con i muscoli addominali. A mia moglie non l'ho mai raccontato, si sarebbe spaventata. Avevo di continuo mal di stomaco, lei avrebbe detto che la colpa era dei rigori. Bruciori tremendi, con me portavo sempre una bustina di bicarbonato, certe volte la scioglievo direttamente sulla lingua, senza neppure l'acqua.
Mi sarebbe piaciuto giocare in attacco, ma ero più alto di tutti da bambino, alla fine decisero gli altri dove dovessi stare. Tutto è cominciato dopo il servizio militare nel '47. La prima vera grande occasione fu un disastro. Un'amichevole contro il Traktor Stralingrado. Il portiere avversario calciò un rinvio lungo, aveva il vento alle spalle, la palla giunse fino a me, io ci andai con le mani alte e non vidi arrivare uno dei miei difensori. Si stava spostando per respingerla. Gli andai a sbattere addosso. Ci scontrammo e il pallone rotolò in porta. Gli altri ridevano, dicevano Ma dove l'hanno preso un portiere così? Quando la tua carriera comincia in questo modo, può anche essere già finita. Per fortuna ebbi una seconda occasione. Il grande Khomič, del quale ero riserva, un giorno si fa male a tre minuti dalla fine. Toccava a me. Eravamo avanti 1-0, e successe di nuovo. Palla alta, io che esco con le mani verso il cielo, un altro scontro con un mio compagno, palla in porta e 1-1. Negli spogliatoi si presentò un dirigente e urlò, Sbattete questo cretino fuori dalla squadra. Disse proprio così: questo cretino. Avesse detto idiota, almeno avrei potuto invocare Dostoevskij. Invece disse cretino.
Una carriera che comincia con questi due episodi, potrebbe anche finire qui. Per fortuna gli allenatori fecero di testa loro e mi diedero una terza occasione, contro la Dinamo Tblisi. Vincemmo. Ma solo perché i miei compagni riuscirono a segnare cinque gol, uno in più di quanti ne avessi presi io. E tutti nel giro di dieci minuti. Ovviamente non giocai più. Mi misero in disparte. Per un anno, per due, per tre. Non potevo dargli torto, ma sentivo che mi era capitata un'ingiustizia. Mi sono allenato col sole e con la pioggia solo sperando che sarebbe arrivata una quarta opportunità, senza però davvero crederci poi tanto. Sono sicuro che mi avrebbero cacciato, se nel frattempo non avessi fatto comodo alla squadra di hockey su ghiaccio. Lì non mi scontravo con nessuno, ero bravo, la nazionale sovietica avrebbe voluto portarmi ai mondiali del '54, li ringraziai e dissi di no. Preferivo aspettare il calcio. E feci bene. Per calmare i nervi avevo sempre una buona sigaretta e buttavo giù un drink quando c'era da svegliare i muscoli. Nel giro di un paio di anni sono diventato Yashin. Venivano a vedere l'Urss per vedere me. Fu così ai Giochi di Melbourne del '56, fu così ai Mondiali del '58 in Svezia, due anni dopo battemmo la Jugoslavia nella finale dei campionati europei. I giornali francesi mi esaltarono, ma scrissero una sciocchezza. A fine partita mi venne rubato il cappello dalla folla che a Parigi invase il campo, i giornali raccontarono che la polizia lo aveva ritrovato e me lo aveva restituito.
Nacque la storia di Yashin che aveva due cappelli. Gettavo via il berretto per respingere di testa, la gente si divertiva. Molti erano convinti di vedermi raccogliere un quadrifoglio dall'erba dopo ogni rigore parato. Ma al Mondiale successivo, 1962, diventai l'unico a cui dare la colpa dei risultati deludenti. C'era un solo giornalista sovietico accreditato. La verità era lui. Tornai a casa e scoprii che a casa non mi amavano più. Scrivevano cose orribili sulla mia macchina. France Football uscì con un articolo in cui mi consigliava il ritiro, io ci pensai davvero, ma l'anno dopo mi avrebbero premiato come miglior calciatore d'Europa. Sono tornato ai Mondiali nel '66 e ancora nel '70, da riserva. Ho trascorso i giorni della mia vecchiaia con una canna in mano vicino ad un laghetto, pensando ai gol subiti: un portiere deve essere ossessionato dai gol che prende, altrimenti che portiere è? Certe volte chiudevo gli occhi e pensavo a Gagarin. Cercavo di immaginare cosa avesse provato nello spazio. Forse la stessa gioia che si prova a parare un calcio di rigore. O forse no, parare un rigore rende più felici.

Lev Yashin è morto nel '90 a sessanta anni. Gli avevano diagnosticato un cancro allo stomaco.

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