BRACCIA tese ma stavolta non sono nazisti. Un muso col broncio ma non è un hooligan. Le facce di chi si prende gioco del male. Di chi dentro uno stadio ride, vive, si diverte. I contro-delinquenti dell'Europeo. Gente in pace con se stessa, con la propria nazione, con la terra e con le esistenze degli altri. Gente per cui quello verde lì davanti è solo un prato su cui si gioca con un pallone e questi sediolini in plastica sono un posto da cui gridare, ridere, piangere — va bene tutto — tanto alla fine ci si alza, ci si saluta e si torna a mescolarsi, a passeggiare accanto a uno sconosciuto che parla forse un'altra lingua, veste con altri colori e farà sesso a modo suo, consapevoli che a questo si riduce il nostro cammino, a una lunga sequenza di momenti in cui tenersi compagnia. Gli irlandesi tutti in verde. Gli svedesi tutti in giallo. Albanesi e belgi in rosso. Gli islandesi persi nel loro dipinto di blu. Facce che scuotono questi Europei di calcio vissuti con l'ansia di chi vuol convincersi che in fondo non ce ne sia, la paura di chi si ripromette di non provarne, la tensione di chi prova a imporsi di non cambiare le proprie abitudini di fronte al terrorismo, e invece si scopre inquieto al cospetto di una borsa abbandonata.