giovedì 9 dicembre 2010

Il tesoro di san Gennaro



Dio salvi la regina. Perché potrebbe prenderla male. Ma i gioielli della corona d’Inghilterra, coi diamanti più celebrati al mondo, il Koh-i Noor e la Grande Stella d’Africa, non sono i più preziosi sulla terra. C’è un tesoro di maggior valore, chiuso in un caveau del Banco di Napoli, più pregiato degli ori di Elisabetta. . Solo che nessuno lo conosce. Sono i gioielli del martire Gennaro, la faccia ‘ngialluta insultata dalle vecchie perché il suo sangue si sciolga nel duomo di Napoli tre volte all’anno, il santo depennato dal calendario e retrocesso in serie B dal Concilio Vaticano II. Un tesoro custodito nel cuore della più infelice, affamata, umiliata e torturata città d’Europa, come Curzio Malaparte chiamava Napoli. Via Toledo batte Tower of London. Una certezza dopo quasi tre anni di ricerche, sul punto di essere presentate al pubblico mentre la città misura la perdita del suo orgoglio in tonnellate di monnezza.
Ci ha lavorato un pool composto da due storici dell’arte, una storica di archivi e tre gemmologi. Una investigazione sulle pietre, la loro provenienza, documenti, mandati di pagamento, persino sulle ore di lavorazione impiegate all'epoca. Lo Sherlock Holmes dei diamanti si chiama Ciro Paolillo, docente di gemmologia a La Sapienza di Roma. Ventunomila oggetti. E invece. Paolillo-Holmes e i suoi Watson sono entrati nel caveau. Camici bianchi, guanti da chirurgo, un laboratorio trasferito dentro la banca. Microscopi, raggi ultravioletti, lenti e luci. E le guardie armate addosso, mentre loro scoprivano smeraldi dell’epoca Maya, tagliati in Colombia, portati a Napoli dai conquistadores spagnoli attraverso il porto di Genova. Ma soprattutto non ce n’è uno che racconti la Storia come quello di Gennaro, il più noto fra i 52 santi patroni di Napoli: un’accumulazione di doni giunti nei secoli da re, regine, imperatori e papi.
Un tempo i gioielli adornavano il busto del santo voluto dagli Angiò durante le processioni. Poi sono spariti. Nascosti in Vaticano durante l’ultima guerra e ritrasferiti a Napoli nel 1947 da tale Giuseppe Navarra, sommozzatore, detto il re di Poggioreale, descritto da Giuseppe Marotta come un mezzo guappo, il primo possessore di un porto d’armi a Napoli dopo la liberazione. Ci hanno fatto un film con la sceneggiatura di John Fante. Riportò indietro tutto. Il calice in oro, diamanti e rubini commissionato da Ferdinando di Borbone. La pisside in brillanti, zaffiri e smeraldi. L’ostensorio in argento e pietre preziose donato da Maria Teresa d’Austria. E soprattutto le meraviglie: la mitra e la collana. La prima in argento dorato, 3.328 diamanti, 198 smeraldi e 168 rubini, un prodigio realizzato nel ‘700 da un orafo trentenne, Matteo Treglia. Racconta Paolillo: . Traduzione: . Il calice in oro zecchino donato da papa Pio IX ai napoletani per ringraziarli dell’ospitalità ricevuta durante i moti mazziniani, a metà Ottocento ne valeva 3.000. Cifra con cui ci si comprava la Ferrari di tutte le carrozze. . Vuoi mettere la collana. Tredici maglie d’oro e pietre preziose, a cui dal Settecento si aggiunsero croci e fermagli in brillanti, rubini, zaffiri e crisoliti donati da tutte le case regnanti d’Europa. Cifre ipotetiche, dice la gemmologia investigativa. .
Solo che qui non c’è nessuno che venda. Il tesoro appartiene alla città e ne è custode la Deputazione della cappella del tesoro, una delle istituzioni più singolari d’Italia. Quando si dice Deputazione, la prima cosa da fare è tenere i pensieri lontano da funzioni religiose, chiese e cardinali. E’ un’istituzione laica. Nasce perché nel 1527 Napoli si trova schiacciata fra la peste e la guerra dei francesi a Carlo V. E prim’ancora che la mano di Dio, il popolo invoca l’aiuto di San Gennaro. Con la promessa di edificargli una cappella più grande all’interno del duomo. Faccia ‘ngialluta esaudisce, il voto va sciolto. Ci pensano gli Eletti della città. Uomini nobili e del popolo. Dal 1601 a oggi, la Deputazione garantisce l’inviolabilità delle ampolle col sangue del santo e l’amministrazione del tesoro. Roba seria. Le nomine erano controfirmate dai re, ora passano da Quirinale e Viminale. La presidenza è del sindaco, il vice si chiama don Riccardo Carafa duca d’Andria, da cinquant’anni fra gli eletti, da uno al vertice.
Ai guardiani di San Gennaro, il tesoro l’hanno sfilato sotto gli occhi solo Nino Manfredi e la sua scalcagnata banda del film di Dino Risi. Volevano comprare il calciatore Eusebio, si sente orrore nella voce di Carafa. Diciamolo. Nessuno ci ha mai provato, neppure ora che cinque delle meraviglie sono esposte al museo della cappella. , racconta Paolo Jorio, direttore del museo, che si prepara alla grande esposizione di aprile-maggio 2011. Tutte insieme le dieci meraviglie. . In progetto un allestimento a Roma, Castel Sant’Angelo. Intanto il lavoro dei gemmologi è documentato in un elegante volume (“Le dieci meraviglie del tesoro di San Gennaro”, Libreria dello Stato) curato dallo stesso Jorio e da Franco Recanatesi.
L’ultimo dono è arrivato pochi mesi fa. Un paio di occhiali. Una montatura semplice semplice. Un uomo ha bussato alla porta della cappella e ha raccontato che sua figlia, con una seria malattia alla vista, aveva sognato San Gennaro. La mattina dopo era guarita. , alza le mani Carafa. Ma nel nome di San Gennaro, l’abate ha sorriso all’uomo venuto dal nord Italia, l’ha ringraziato e ha trovato un posto ai piccoli occhiali in acetato di cellulosa. Accanto ai calici dei re. Roba che a Buckingham Palace se la sognano.

(Il Venerdì, 3 dicembre 2010)

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